Non profit

Il donatore fedele

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Si è svolto qualche tempo fa un workshop organizzato dall’Istituto Italiano della Donazione il cui focus era la  centralità della fedeltà del donatore. Anche per le organizzazioni non profit, diventa strategico lavorare alla costruzione di un sistema di potenziali donatori che fedelmente sostengono le attività istituzionali dell’organizzazione. La possibilità di disporre di donatori fedeli non solo consente di costituire una base di raccolta solida, ma anche e soprattutto costruire un dialogo duraturo con persone che sostengono la causa e posso direttamente o indirettamente diffondere i valori e i progetti organizzati e gestiti dall’organizzazione non profit.

In un articolo di Antonella Tagliabue (riportato di seguito) apparso sul Sole 24 ore, emerge la necessità da parte delle ONP di dotarsi di una struttura in grado di incrementare la raccolta di fondi, investendo fino ad un massimo del 15% delle entrate in attività di promozione. Tale percorso che condivido in parte, deve necessariamente essere incrementato da un ulteriore elemento strategico; le ONP devono ricorrere in investimenti “commerciali”, ma l’asset su cui devono investire maggiori risorse è tuttavia un altro, la priorità deve essere quello di consolidare (in alcuni casi creare) un network di relazioni che parte dai membri dell’organizzazione per arrivare ad estendersi verso la collettività. Spesso le persone che appartengono ad una ONP operano in maniera eccellente senza tuttavia sfruttare a pieno le proprie relazioni personali/professionali. Per creare la fedeltà diventa fondamentale consolidare i rapporti e la frequenza delle comunicazioni/informazioni. La promozione delle iniziative è utile per attirare donatori, se tuttavia l’ONP non è in grado di coltivare i rapporti con i donatori che arrivano in seguito ad una campagna, non sta generando un percorso in grado di costruire valore nel lungo periodo, non capitalizza l’investimento. Ragionare in termini di fedeltà significa essere i grado di condividere costantemente quanto l’organizzazione sta facendo, avendo contemporaneamente la capacità di raccogliere feedback da chi osserva o utilizza i servizi offerti.

 

Il donatore fedele si conquista a caro prezzo  di Antonella Tagliabue  – (www.ilsole24ore.it)

Raccogliere più fondi possibile e al minor costo, meglio ancora se a costo zero, e trovare donatori fedeli sono gli obiettivi di tutte le organizzazioni del non profit, indipendentemente da natura, dimensione e scopo di missione. Quando, però, si passa ad analizzare gli oneri e le modalità della raccolta fondi occorre fare numerose distinzioni. Le piccole associazioni, il cui operato si basa essenzialmente sull’impegno di soci, fondatori e volontari, sostengono generalmente costi di promozione irrisori, che molto spesso vengono coperti direttamente dai singoli, senza ricadute sul bilancio.

Anche per queste realtà cresce, però, l’esigenza di un approccio più sistematico e programmato alla raccolta, innanzitutto per garantire la continuità dei progetti. A questo proposito è da segnalare positivamente la presenza crescente di un budget previsionale all’interno dei bilanci.

Un altro elemento distintivo e premiante in termini di raccolta fondi sembra essere il forte radicamento sul territorio: la prossimità del donatore e la condivisione dei valori e della cultura del contesto in cui nasce l’associazione sono elementi che favoriscono la fedeltà.

Discorso a parte meritano, invece, le realtà che si finanziano principalmente con risorse pubbliche: anche per loro le spese di promozione sono generalmente molto basse, limitate alla necessità di gestire le relazioni e i rapporti con enti quali il ministero degli Esteri o l’Unione europea.

Per le associazioni che, invece, si sostengono soprattutto grazie a fondi privati, alcune delle quali – come Amnesty o Greenpeace – rifiutano per statuto finanziamenti pubblici, trovare donatori richiede risorse. Soprattutto per quelle più grandi diventano indispensabili la pianificazione strategica della raccolta e gli strumenti del marketing e della comunicazione tipici del mondo profit, anche per affrontare una crescente competizione.
Il benchmark elaborato da Un-Guru per «Il Sole-24 Ore del lunedì» stabilisce che, per una gestione equilibrata delle risorse, bisognerebbe investire in raccolta fondi e promozione fino a un massimo del 15% delle entrate. Il 70% circa del campione esaminato, in linea con il dato della precedente indagine sui bilanci, rientra ampiamente nel limite suggerito.

Diverse sono, invece, le cause che motivano il superamento della soglia indicata. In alcuni casi si registra una mancanza di efficienza collegata al fatto di voler sostenere tante, a volte troppe, attività promozionali, con l’obiettivo di offrire al donatore tutte le diverse possibilità di contribuire. Alcune associazioni hanno poi intrapreso iniziative di lungo periodo per le quali sostengono oggi costi il cui ritorno, non garantibile, è dilazionato nel tempo: si tratta, per esempio, delle campagne per attirare i “grandi donatori”, soprattutto le aziende, e per ottenere eredità e lasciti.

 

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MAGAZINE

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Ho deciso di raccogliere in un documento i post pubblicati negli ultimi due mesi. Nella sezione Magazine sarà possibile scaricare con periodicità bimestrale la raccolta dei contenuti pubblicati sul blog. L’idea è quella di consentire anche a chi non frequenta costantemente il blog di poter farsi rapidamente un’idea del significato  di management sostenibile.

Intervista

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È uscita in questi giorni una mia intervista realizzata dal Marco Gaetano del Centro Servizi per il Volontariato della provincia di Alessandria pubblicata sul magazine “Un passo avanti”.


Il volontariato ha avuto una sua genesi e un suo itinerario di trasformazione, dal suo punto di vista negli ultimi 20 anni cosa del contesto sociale è cambiato e quali influenze questi cambiamenti hanno avuto per il Volontariato?

Il volontariato ha sicuramente intrapreso un itinerario di cambiamento, non sempre voluto, spesso subito.

Ha subito in particolare l’evoluzione del modello di welfare non solo nazionale ma direi europeo. Siamo passati da un concetto di welfare state in cui lo stato era il solo garante e produttore di valore sociale, ad un modello evoluto, il welfare mix. In questa fase la filiera di produzione di valore sociale si arricchisce e diventa fondamentale l’apporto delle imprese non profit e del volontariato, diventando attore fondamentale e capace di rimediare a ciò che lo stato non è in grado di offrire o comunque di fare cose che anche altri fanno ma a costi minori. Questa fase che in molte realtà è ancora dominante determina tuttavia un ruolo che pone in secondo piano il reale potenziale delle realtà non profit e del volontariato il quale viene spesso considerato come il rimedio a fallimenti dello stato o del mercato.

La vera sfida o il vero cambiamento che il volontariato dovrà affrontare è rappresentato dal passaggio dal welfare mix al welfare worth, ovvero un modello di stato sociale nel quale il valore sociale viene prodotto da una rete articola e complessa di operatori dotati identità originali e di precise missions.

Il welfare worth, pone al centro del sistema la soddisfazione dei bisogni degli individui, per concorrere a questa soddisfazione si rende necessario disporre di organizzazioni in grado di dialogare, strutturarsi, e definire percorsi di creazione di valore sociale confrontandosi con realtà istituzionali, e private.

Fare una previsione per i prossimi venti anni non solo è difficile ma direi impossibile, tuttavia mi piacerebbe poter considerare il volontariato come un protagonista delle politiche di sviluppo sociale, diventando un vero partner chi istituzionalmente è preposto a garantire la soddisfazioni di esigenze sociali che diventeranno sempre più crescenti; è chiaro tuttavia che per affrontare questo cambiamento sarà necessario investire molto nello sviluppo delle competenze necessarie ad affrontare tali scenari.

 

Si parla di Terzo settore all’interno del quale esistono realtà diverse, come vede le relazioni tra impresa sociale e volontariato?

Estenderei il concetto al rapporto tra impresa e volontariato. L’evoluzione delle politiche di Corporate Social Responsibility ha accentuato l’esigenza di instaurare un rapporto sempre più stretto anche con gli stakeholders sociali tra i quali rientra il terzo settore. Possiamo prendere in considerazione sia il punto di vista dell’impresa verso il volontariato che viceversa. L’impresa è da tempo che guarda con interesse al mondo non profit, soprattutto quando si è resa conto che avere al proprio interno delle persone appassionate e motivate è meglio che avere dei semplici esecutori che si limitano  ad esplicitare delle funzioni in attesa dello stipendio. E’ banale dirlo, ma in un mondo di servizi sempre più personalizzati, technology intensitives, tutte le organizzazioni si rendono conto, anche nella pubblica amministrazione, che l’anello cruciale è la persona, quindi appare evidente che disporre di persone motivate è forse meglio di persone che non lo sono. La motivazione è un fenomeno complesso sul quale intervengono una moltitudine di fattori, tra i quali la retribuzione è un fattore importante ma sicuramente non esaustiva, così come non è sufficiente la “pacca sulla spalla”, l’impresa ha capito che gli servirebbero delle persone entusiaste, motivate, allegre, appassionate, come si ritiene che siano le persone che appartengono al mondo non profit. Sicuramente quindi il mondo profit ha un problema nel capire come fare a gestire al meglio l’aspetto motivazionale e di impegno, e questo  aspetto potrebbe trovare risposta guardando con più attenzione al mondo non profit. articolo-800x600

Anche il volontariato ha la necessità di modificare il proprio punto di vista in relazione al rapporto che può instaurare con le realtà profit. Sempre più spesso si sente la necessità di uscire dal paradigma che vede l’impresa solamente con un “socio finanziatore” del volontariato, arrivando al contrario a considerare l’impresa come un possibile partner con cui condividere progetti ed azioni sociali coerenti con le proprie politiche di csr.

Prendendo infine in considerazione ’impresa sociale ritengo che possa fornire molte risposte alle crescenti esigenze sociali presenti sul nostro territorio, rappresenta infatti un format nel quale le esigenze imprenditoriali potrebbero perfettamente integrarsi con le esigenze del volontariato al fine di rispondere in maniera sinergica a bisogni che spesso la pubblica amministrazione non è più in grado di soddisfare.

Prendendo in considerazione infatti l’erogazione dei servizi alla persone, accade spesso che si trovino a collaborare tra loro ad esempio cooperative o consorzi con il volontariato creando spesso aree di inefficienza che potrebbero essere colmate se la “regia” degli interventi fosse realmente condivisa, come potrebbe accadere per un’impresa sociale.

 

Parliamo di motivazioni. Anche in questo caso il perchè fare il volontario è sempre personale ma possiamo trovare dei comuni denominatori? e come, se ci so no, anche essi sono cambiati negli anni?

Le motivazioni che spingono una persona a fare volontariato sono state approfondite molto dalla letteratura specializzata, penso tuttavia che anche in questo caso si possa parlare di una evoluzione del sentimento di motivazione.

Se prendiamo in considerazione alcuni eventi storici che sono riconoscibili come eventi contraddistinti dall’impegno del volontariato, pensiamo all’alluvione di Firenze  del 1966, ci si rende immediatamente conto che le stesse forme di collaborazione e di motivazione rimangono immutate negli anni. Leggi il seguito di questo post »

Progetti sperimentali

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Scade il 24 ottobre il bando nazionale per progetti sperimentali di volontariato indetto dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, si presenta quindi una grande possibilità per chiunque voglia sperimentare innovative forme di assistenza, prevenzione, ascolto e promozione del volontariato stesso. I progetti saranno finanziati per una quota pari al 90% dal Ministero, lasciando quindi solo una quota pari al 10% a carico delle associazioni proponenti, il valore massimo finanziabile non può superare i 50.000€.

Opportunità come questa devono essere interpretate non solo come una risorsa economica a cui attingere per sviluppare nuove attività, ma come l’occasione per abituarsi a fare un vero passo avanti nelle politiche di progettazione sociale e fond raising  a cui sempre più spesso le associazioni di volontariato sono chiamate a rispondere. Leggi il seguito di questo post »

Apprendere per creare valore

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L’intervista a Stefano Zamagni pone al centro due importanti riflessioni, da un lato la necessità di ampliare le azioni di volontariato non solo per incrementare la creazione di valore sociale, ma anche per consentire di innovare il modo di operare del settore pubblico ma  soprattutto del settore for profit; dall’altro l’urgenza del settore non profit di ampliare le proprie conoscenze e competenze per essere in grado di comprendere i cambiamenti di scenario con lo scopo di interpretare le esigenze reali di tutti gli stakeholders con cui interagisce. La sperimentazione dell’azione volontaria diventa quindi un modo per sperimentare approcci ed esperienze che potrebbero essere riproposte anche nel mondo business oriented.  

La competitività del Terzo Settore

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La competitività nel terzo settore, può essere identificata con la capacità di incrementare il valore sociale prodotto e percepito dagli utilizzatori dei servizi erogati; tale condizione passa anche attraverso la formazione. Quando si parla di  formazione rivolta ai volontari di quale formazione stiamo parlando? Spesso si intende formazione esclusivamente tecnica, legata all’incremento delle capacità operative del volontario nel proprio ambito di azione. Questo tipo di formazione ha il vantaggio di essere immediatamente fruibile da tutti anche alla luce della possibile eterogenità dell’aula; in altre parole quando si spiega ad esempio ad un volontario come caricare un ferito su un asse spinale,  si rende necessario fare vedere e sperimentare delle sequenze di manovra, sarà l’esperienza e la frequenza operativa di tali manovre a trasformare il volontario in esperto utilizzatore dell’asse spinale.

La formazione tecnica è dunque essenziale per consentire a qualunque organizzazione di poter sviluppare la propria attività istituzionale, è inoltre la più semplice da progettare ed anche da erogare.

Esistono parecchie realtà di volontariato che intendono e riconoscono solo questo tipo di formazione, reputano fondamentale la formazione ma solo per migliorare le attività che vengono erogata all’esterno dell’associazione stessa.

Le associaizoni che considerano la formazione tecnica come l’unica strada strada utile e crescere rischiano non solo di non riuscire a governare un processo di sviluppo, ma addirittura di perdere nel medio e lungo periodo un crescente numero di volontari.

Pensare che sia sufficiente saper fare bene l’attività per cui si è scelto di diventare volontario per una determinata associazione, risulta il vero limite al superamento del nanismo di molte delle realtà presenti in Italia. Il nanismo non è di per sè negativo, è semplicemente riduttivo rispetto al potenziale che i volontari potrebbero erogare se oltre a concentrarsi sulle attivtà esterne  dedicassero maggiore attenzione alla gestione “manageriale” della propria organizzazione.

Accade spesso che venga scelto come coordinatore di un gruppo di volontari, non colui che ha le migliori capacità organizzative, ma colui che sul campo ha dimostrato di conoscere le attività che vengono svolte dai volontari, o ancora peggio, colui che ha molto tempo da dedicare alle attività dell’associazione.

Sia il tempo che le capacità tecniche non sono la risposta alla possibilità di generare nuovo valore sociale, si rende al contrario necessario affrontare seriamente percorsi di crescita manageriale progettata per le esigenze delle differenti tipologie di organizzazioni non profit.

IL MANAGER DEL FUTURO: the new social steward

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il non profit in Italia è variegato, composto da associazioni riconosciute e non, cooperative, enti religiosi, fondazioni ed enti pubblici: si contano infatti oltre 21.000 associazioni di volontariato registrate (alle quali si possono aggiungere oltre 35% di associazioni non registrate).

Queste realtà non sono ovviamente composte solamente da volontari, che rappresentano il numero più consistente, ma anche da professionisti in grado di contribuire alla crescita, anche economica, del settore. Basti infatti pensare che il terzo settore ha un giro di affari stimato in circa 38 miliardi di euro, quindi non si tratta più di un soggetto marginale ma di un universo protagonista dello scenario socioeconomico nazionale.