Sosteniblità, innovazione, diversificazione: l’esempio Illy

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 Vi segnalo questa interessante intervista a Riccardo Illy pubblicati ieri su La Stampa.it

Entri alla Illy e in quella che chiamano «la galleria» – uno spazio per l’ospitalità – ti imbatti subito in «Illetta», la progenitrice delle moderne macchine per l’espresso da bar. La progettò nel 1935 Francesco Illy, il fondatore. Illetta sembra un’opera d’arte futurista. A pochi metri di distanza è esposto il primo barattolo pressurizzato per il caffè, anche quello opera dell’ingegno di Francesco Illy. Sono lì, Illetta e il barattolo, quasi a ricordare che una delle parole d’ordine, qui dentro, è sempre stata, fin dagli inizi, innovazione. E un’altra è sempre stata qualità. Con internazionalizzazione e diversificazione, oggi quelle due parole d’ordine sono il mantra anti-crisi di Riccardo Illy, il presidente del gruppo. «Noi italiani avremmo di tutto – ci spiega – per uscire dal tunnel. Dobbiamo renderci conto delle nostre potenzialità».

 Ci spiegherà poi quali sono, e perché la politica potrebbe fare molto. Lui di politica ne sa qualcosa, visto che è stato sindaco di Trieste dal 1993 al 2001, poi deputato, quindi presidente – dal 2003 al 2008 – della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia. Cinquantasette anni, sposato, una figlia, nipote del fondatore Francesco (origini ungheresi) e figlio di Ernesto, Riccardo Illy è oggi presidente di un gruppo che oltre alla storica azienda di caffè comprende Domori (cioccolato, sede a None, alle porte di Torino), Dammann Frères (la più antica azienda francese di tè, nata nel 1692), Mastrojanni (azienda vitivinicola di Montalcino) e Agrimontana (trasformazione della frutta, con sede a Borgo San Dalmazzo, nel Cuneese). Dall’anno scorso Illy ha anche una quota del 5 per cento nelle gelaterie Grom. «Io la chiamo holding del gusto – dice – «come vede, abbiamo diversificato e puntato sul top della qualità». La diversificazione è una strada obbligata per uscire dalla crisi? «Guardi, diversificazione, qualità e internazionalizzazione erano già nel dna dell’azienda. Mio nonno oltre al caffè aveva cominciato con il cioccolato e con le confetture di frutta. Ma il cioccolato dovette interromperlo all’inizio della guerra, e le confetture alla fine perché le sue piantagioni di frutta erano in Istria e la Jugoslavia le aveva nazionalizzate. Nel 1965 mio padre Ernesto lanciò il tè Illy, che durò fino al 1985». Poi, per vent’anni, Illy è stata solo caffè. Che cosa vi ha spinti a diversificare? «Nel 2004 ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: prima o poi le vendite del caffè raggiungeranno il plafond. Non vedevamo più margini di crescita. Avevamo due possibilità: o restare solo nel caffè scendendo di qualità e di prezzo per acquisire nuovi consumatori, oppure moltiplicare la scelta di qualità con altri prodotti». E avete scelto la seconda via. «Ripartendo da due prodotti che avevamo perso: il cioccolato e il tè. Domori e Dammann sono state le prime acquisizioni. Poi Agrimontana. Erano il top per la qualità, il rispetto dell’ambiente e la sostenibilità». Che cosa vuol dire sostenibilità? «Vuol dire che un’attività deve poter essere economicamente sostenibile nel tempo. Lei avrà visto, in galleria, le immagini delle tappe della nostra storia: uno dei punti fermi è quello di pagare il giusto prezzo ai coltivatori. Noi copriamo i costi e poi aggiungiamo un premio per la qualità. Da tempo abbiamo avviato, in Brasile, un “trofeo” ogni anno centinaia di produttori portano un campione. Noi prendiamo solo i migliori. È la nostra filosofia generale. Il caffè Illy è fatto solo con l’arabica, il cioccolato Domori solo con il cacao criollo, che è lo 0,1 per cento del cacao». Torniamo alla diversificazione. Quando avete deciso le acquisizioni, la crisi non c’era. «Il 2004 era un buon momento. Però gli investimenti li abbiamo fatti negli anni della crisi. Nel 2008 i segnali della recessione erano già evidentissimi, e noi prendemmo Mastrojanni. Firmammo il contratto proprio nei giorni in cui falliva Lehman Brothers». Che cosa le avrebbe detto suo nonno? «Mio nonno fondò la Illy nel 1933, in un’epoca ancora pesantemente segnata dalla crisi del ’29. Diceva: chi riesce a partire bene quando le vacche sono magre, andrà di corsa quando arriveranno quelle grasse». Faccia un esempio concreto che testimonia la sua fiducia nel futuro. «Con Mastrojanni abbiamo appena preso quattro nuovi ettari a Montalcino. Se tutto va bene, superate le barriere burocratiche che sono tante, cominceremo a piantare nel 2013. Il che vuol dire che il Brunello lì prodotto lo venderemo nel 2023. È un investimento per i miei nipoti». Che cosa le fa pensare che sia un buon investimento? «A livello mondiale, il settore vitivinicolo ha un fatturato superiore a quello di caffè, tè e cioccolato messi insieme. Soprattutto il vino di qualità è in forte crescita. La Cina fino a qualche anno fa non comprava una bottiglia, oggi è il primo mercato per il vino francese». Il vino è un investimento impegnativo? «Moltissimo. Pensi che un’azienda alimentare oggi la si compra al valore del suo fatturato annuo; un’azienda vitinicola a 15-20 volte tanto. Ma bisogna crederci». Che cosa dice ai pessimisti? «Beh, intanto che hanno molte ragioni. Il disastro obiettivamente c’è, e la colpa principale è di ordine politico. Il Paese è governato da troppo tempo in modo mediocre. Ma dico anche che l’Italia ha tanti pregi. Noi abbiamo una propensione unica al mondo per la qualità e per l’ingegno. Nessun popolo ha entrambe le cose. Noi per esempio produciamo bellissimi tessuti e bellissimi vestiti; i francesi solo bellissimi vestiti, gli inglesi solo bellissimi tessuti. E così nella meccanica, nel design, nel mobile, nelle automobili, nell’agroalimentare. Ma sembra che non siamo consapevoli di queste nostre virtù». Le trascuriamo? «Le disconosciamo. L’Italia ha nel mondo un’immagine straordinaria. All’estero, i più bei ristoranti sono italiani. Troviamo piatti italiani perfino in Francia. Se vai in Cina, ti accorgi che per loro il mito è avere una Ferrari, o un abito di Armani, di Versace, di Ferragamo, o un vino italiano… Ma qui da noi non c’è la percezione di questa nostra eccellenza. Noi italiani pensiamo che in tutto il mondo il cibo, o il caffè, o i mobili o i vestiti siano come in Italia. Solo quando andiamo all’estero ci rendiamo conto che non è così». Dobbiamo investire di più su questa nostra qualità, quindi? «Sì. Nonostante la crisi, il mondo continua a crescere. Cina, India, Corea e Brasile forniscono sempre più consumatori interessati ai nostri beni. Il momento attuale ci offre un’occasione straordinaria». Come mai molte nostre aziende chiudono? «Non sfruttano questi nostri due vantaggi competitivi: la qualità e l’ingegno. E poi c’è un problema di ordine culturale. L’imprenditore italiano ha un livello da terza media. Quando la competizione si fa globale, bisogna crescere, innovare, internazionalizzare. E senza una cultura adeguata non puoi farlo. Resiste troppo, da noi, il vecchio modello “impresa povera, famiglia ricca». Cioè? «La famiglia investiva i guadagni in titoli di Stato, quindi esentasse. L’impresa pagava interessi alti e presentava bilanci ridicoli per non pagare le tasse. Ma così non si cresce. Il tutto aggravato dai vincoli dello Statuto dei lavoratori». Vincoli che restano anche dopo la riforma del lavoro? «Le rispondo con una domanda: la riforma ha superato lo scoglio dei 15 dipendenti? No, non l’ha superato. Molti imprenditori non vogliono crescere perché hanno paura di avere più di 15 dipendenti. Era un tappo da togliere, non è stato tolto. Così, molte aziende non fanno il salto di qualità. E rischiano di chiudere». Torniamo alle responsabilità della politica. «Credo che la colpa principale sia della legge elettorale. Il maggioritario a turno secco ha reso i governi ostaggi delle ali estreme. Prodi è stato messo in difficoltà da Rifondazione comunista, Berlusconi dalla Lega. L’unica soluzione sarebbe il maggioritario a doppio turno alla francese, che garantisce maggioranze non solo ampie, ma anche coese». Lei vuol mettere fuori gioco le minoranze? «No. Le minoranze devono essere rappresentate ma non devono essere messe in condizione di bloccare il Paese. Oggi ci bloccano. Non solo in Parlamento: non possiamo far i treni veloci perché abbiamo i No Tav, unici ambientalisti al mondo a non volere la ferrovia; non possiamo fare gli inceneritori perché c’è sempre qualche comitato del “no”; non possiamo fare la riforma del lavoro perché la Cgil non vuole». Anche la Cgil è una minoranza? «Certo. La maggioranza dei lavoratori è composta da precari, e la Cgil non si occupa di loro. Si cura solo dei già garantiti». Lei ha la tentazione di tornare in politica? «Considero chiusa quell’esperienza. Ma ho imparato che non bisogna mai dire mai. Non faccio nulla per tornare in politica, ma sono anche sufficientemente responsabile per capire la delicatezza del momento, e farei fatica a dire di no se qualcuno mi chiedesse di dare un contributo».

 

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