Non basta lavorare di più per sostenere la crescita

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Ancora una volta riappare sui quotidiani un tema in questi anni dibattuto legato alla produttività del nostro Paese e alla necessità di lavorare più giorni, con la speranza di aumentare la produttività e il PIL.

Sostenitore di questa idea il sottosegretario all’economia Gianfranco Polillo, che con un ragionamento totalmente lineare sostiene una perfetta correlazione tra il numero di giorni lavorati e l’aumento della produttività, perdendo di vista una serie di elementi che incidono molto più della presenza fisica al lavoro.

E’ infatti vero che abbiamo più ferie rispetto ad altri paesi europei, ma non è affatto vero che lavoriamo di meno, anzi il monte re lavorato settimanalmente è addirittura superiore rispetto ad alcuni paesi OCSE, primi tra tutti la Germania e la Norvegia.

Citando ad esempio questi due paesi, ma potrei citarne altri, come viene spiegato il fatto che di fonte ad una diminuzione del monte ore, siano motori della crescita economica Europea?

Vale la pena approfondire il superficiale ragionamento da bar, cercando di capire le sfumature che regolano il rapporto quantità di lavoro/crescita.

Dire che occorre maggiore qualità nel lavoro, ovviamente non basta, occorre individuare i fattori che vincolano la qualità del lavoro e delle performance, e in tal senso potremmo individuarne almeno 3:

  1. Insufficiente capacità manageriale diffusa soprattutto nelle piccole e medie aziende. Tale fattore spesso genera una scarsa ridondanza di risorse intangibili da poter spendere per incrementare la qualità del lavoro e la conseguenza produttività, in particolare mi riferisco allo sviluppo di competenze trasversali, all’innovazione di approccio, ai comportamenti orientati al miglioramento continuo, spostando il focus dal saper fare e al saper essere.
  2. Inadeguata innovazione presente nelle imprese (ancora una volta soprattutto per le PMI). Molto tempo viene infatti perso in attività a bassissimo valore aggiunto che non generano crescita e affaticano solamente l’organizzazione.
  3. Cultura aziendale sottovalutata ovvero il modo in cui le persone interpretano il loro ruolo ed in generale il loro lavoro all’interno dell’organizzazione.

Due di questi tre fattori indicano direttamente o indirettamente nel management il maggiore responsabile della scarsa produttività; senza tuttavia voler processare nessuno, è comunque evidente che ciò di cui soffre il nostro paese è di una classe dirigente non in grado di trovare soluzioni anticipando i problemi e non solo risolvendoli.  Ancora oggi per le medie realtà, lo spessore manageriale mediocre è frutto di stratificazione di esperienze del passato che oggi faticano a portare i risultati.

Puntare sull’innovazione oggi, non significa solo investire in infrastrutture, ma anche e forse soprattutto visti i risultati, sulle persone che sono in grado ad ogni livello di portare un contributo differente rispetto al passato. Il successo di un’impresa e la derivante crescita deriva da molteplici elementi che spesso hanno poco a che fare con gli investimenti infrastrutturali (anche milionari), ma sempre di più sono legati a comportamenti, reazioni e interpretazione della realtà aziendale di chi ci lavora.

Chi mi conosce sa che da sempre ho una resistenza personale alla timbratura del cartellino (se non per accertare la presenza della persona in azienda), che a sua volta ha l’ambizione di rappresentare un rozzo strumento di controllo della produttività, anche questo idealizza il rapporto tempo/produttività, rapporto che funzionava in un’epoca passata, meno interconnessa, più lineare e quindi più semplice.

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