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L’uomo artigiano

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Sono passati quasi due anni da quest’interessante intervista di Rosanna Santonocito a Richard Sennett sociologo americano professore alla New York University e anche alla London School of Economics nonchè consigliere di Barack Obama, pubblicata su “Il sole 24 ore” il 14 gennaio 2008. Sorprende più di tutti l’attualità dei temi trattati, considerando che l’intervista è antecedente alla grande crisi del 2009. Sarà perché sono figlio di un artigiano, ma condivido il contenuto dell’intervista. Buona lettura!

Professor Sennett, l’ uomo artigiano del suo libro è colui che svolge bene il proprio mestiere, “a regola d’arte”, che ci mette un forte impegno personale ed è appagato da quello che fa. Oggi molti ruoli professionali richiedono abilità, skills, e un atteggiamento “artigianale”, imprenditivo . Ma la grande differenza tra i lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti non è più tanto evidente sul piano delle tutele e della sicurezze, che ormai sono sempre meno anche per i secondi. Lo spartiacque vero tra l’una e l’altra condizione è l’essere padrone del proprio lavoro, amarlo e trarne soddisfazione, ogni giorno. Cosa sempre più difficile nelle organizzazioni, però, soprattutto in tempi di recessione ..

L’errore che il sistema economico sta pagando è l’essersi basato su una visione a breve termine e sul modello della flessibilità organizzativa, dell’instabilità e della velocità per adeguarsi ai cambiamenti. E’ stato così anche nella gestione del capitale umano. Non si è investito sulla conoscenza e i lavoratori, in questi anni, hanno potuto acquisire solo una esperienza incompleta, lavorando in imprese frammentate e instabili. Nel mio libro “L’Uomo artigiano” evidenzio la differenza che c’è tra chi sa fare una cosa, si accontenta di saperla fare e basta, e colui che invece è dotato dell’abilità artigianale che lo spinge a un continuo miglioramento. Oggi, nelle grandi organizzazioni questa visione non trova spazio. Le aziende non la incoraggiano. Al contrario, se serve una competenza che manca all’interno, anzicchè far crescere le persone in organico la si va a cercare fuori, reclutando qualcuno che possibilmente costi anche meno. Magari in Cina. Essere artigiano, qualunque lavoro si faccia, vuol dire pensare a quanto puoi crescere migliorando le tue abilità, ed avere tutto il tempo che serve per riuscirci. Questo non dipende solo dalla motivazione, che è importante ma non sufficiente, ma dal contesto organizzativo, che deve essere favorevole e valorizzare le persone, investendo su di loro a lungo termine. Invece nelle aziende il focus è brevissimo. Il modello artigiano del passato ci insegna una cosa importante: il senso del tempo. Per diventare maestri ai tempi antichi ci volevano anni.

 

Ma possiamo permettercelo? Le tecnologie hanno polverizzato il tempo e la velocità del mercato impone i ritmi anche all’innovazione?
Non è vero: guardiamo al caso di Apple. Ai suoi inizi, era considerata una organizzazione lenta in confronto a Microsoft, e in più occupava in maggioranza manodopera stabile. A lungo termine, si è dimostrata quella in grado di sopravvivere meglio tra le due. Un’altro elemento importante per imparare è la collaborazione : la formazione non è un’attività isolata, richiede condivisione delle conoscenze, scambio di critiche reciproche, controllo continuo dei progressi. Nei valori aziendali correnti, invece, la cooperazione viene vista come un retaggio del passato. Sì, è vero, tempo e cooperazione sono valori tradizionali ma alla lunga producono risultati, soprattutto se l’obiettivo che ci diamo è la produzione di beni e servizi di qualità, che non si costruiscono con la fretta, ma basandosi sulla crescita delle competenze.

 

Allora la bottega di oggi qual è?

E’ la piccola impresa, che per questo va sostenuta come modello e va messa nelle condizioni di investire sulle persone. Oggi serve più la crescita che la flessibilità.

 

La felicità nel lavoro è un traguardo fuori portata per i singoli nella situazione economica attuale ?

La felicità non lo so. Preferisco parlare di motivazione, che credo nasca dal rispetto e, negli individui, dalla consapevolezza del valore del proprio lavoro. Le persone che sono orientate a sviluppare le proprie capacità anche quando perdono il posto sono più sicure, forti della propria autostima e questo è un vantaggio in un momento di minori protezioni e di scarsa mobilità sociale. Spesso questi lavoratori si rendono conto delle proprie abilità proprio nel momento in cui si trovano disoccupati e non possono più esercitarle e vivono questa mancanza come una ferita.

Quanto conta l’età dell'”uomo artigiano”?

E’ irrilevante. In mestieri come quelli della tecnologia si può essere maestri già a vent’anni, e in ambienti come la ricerca o la medicina invece conta molto avere una coscienza del valore etico e sociale del proprio lavoro che non si accumula come la conoscenza.

L’artigiano è uomo o donna?

Anche questo è irrilevante

E’ più importante il talento o la tecnica?

La tecnica. L’idea che pochi eletti siano dotati di eccellenza e che vadano ricercati e coltivati esclude la maggior parte delle persone che lavorano e questo è un terribile spreco di risorse umane. I geni non mi hanno mai interessato.

La creatività o la tecnica?

Ancora la tecnica

Barack Obama dà molta importanza al capitale umano, alla conoscenza. Lei come vede gli anni a venire per il lavoro negli Stati Uniti?

La mia speranza è in un futuro migliore, ma il mio non è un giudizio obiettivo, perchè sono un consigliere del futuro presidente. Credo ci vorranno anni per riparare al danno profondo subito dall’economia Usa. In Europa pensate che Obama abbia una specie di bacchetta magica, io almeno di una cosa sono certo: l’era dell’ incompetenza è finita e ce ne accorgeremo subito. Cosa mi piace di lui? Che è realista, diversamente da Bush.

 

Rifkin profetizzava la fine del lavoro che avrebbe migliorato la nostra qualità della vita. Lei ha previsto un aumento dell’incertezza e le conseguenze negative dell’instabilità lavorativa anche a livello sociale. Aveva ragione lei…

Non sono contento di vedere che il sistema di cui evidenziavo l’inadeguatezza è collassato, sono più interessato al modo di riscostruirlo su basi più solide a partire dalle capacità, dalla sostenibilità e da una formazione che fornisca competenze a un numero vasto di individui, valorizzando anche le persone comuni.

Intervista di Rosanna Santonocito Il Sole 24 ore – 14 gennaio 2008

Stakeholder Theory secondo R. Edward Freeman

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Ho scoperto qualche mese questa interessante video intervista di Freeman sulla ormai nota “Stakeholder Theory”. Considerata la durata del video (oltre 45 minuti), agosto rappresenta forse il mese più indicato per   condividerla con voi. Buona visione!

Conoscenza o visione?

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Il grande dilemma; è più utile all’organizzazione una persona competente in grado di conoscere verticalmente il mercato in opera la propria impresa, oppure una persona meno specializzata nella conoscenza del mercato ma in grado di uscire dalle ortodossie legate al business , ovvero dotata di una capacità di visione allargata?

Spesso capita di osservare che molte aziende scelgono, in caso di sostituzione (turnover volontario)  di figure chiave all’interno della propria organizzazione, profili provenienti da settori concorrenti o comunque molto simili rispetto al business trattato. Si tratta di un fenomeno che probabilmente è in diminuzione ma che ancora oggi persiste, quasi fosse una regola.

Siamo sicuri che sia la scelta giusta? E’ evidente che conoscere il mercato (nella sua accezione più allargata) può essere utile per riuscire in poco tempo a comprendere le scelte stratetiche intraprese dall’azienda, tuttavia è anche vero che se si ha intenzione di innovare scelte e approcci forse risulta più utile inserire nell’organizzazione persone dotate di competenze manageriali di alto profilo ma appartenenti a settori non strettamente correlati.

Sempre più spesso risulta difficoltoso prevedere i nuovi cambiamenti dello scenario competitivo, quindi il requisito della conoscenza passata del mercato non assicura la comprensione delle dinamiche future dello stesso, anzi in alcuni casi può risultare un fattore vincolante alla capacità di immaginare un futuro diverso.

Se a questo sommiamo la turbolenza degli scenari (tema trattato più volte in questo blog) confermiamo la necessità di disporre di una classe dirigenziale più orientata all’innovazione che non al consolidamento.

Management Sostenibile entra nella top 100 di Wikio economia

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Venerdì pomeriggio alle ore 17.30 è arrivata sul mio pc una nuova mail di una persona sconosciuta con un nome strano, sapete quando leggi di corsa un nome e questo non ti dice nulla… pensavo si trattasse del solito spam, tuttavia invece di cancellare la mail ho deciso di aprire e li ho scoperto l’inaspettata notizia che mi comunicava che questo blog è entrato a far parte della classifica top 100 sezione economia di Wikio, collocandosi attualmente settantasettesimo. Si tratta di un piccolo risultato che vorrei condividere con tutti coloro che frequentano questo blog, dagli oltre 200 iscritti alla news letter  agli amici di Facebook. Se avete suggerimenti su come migliorare il blog, fatevi sentire!!!

Produttività & Mondiali

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Considerato il momento, stavo per scrivere un post sul legame che esiste tra la produttività e i mondiali di calcio (relativamente alle partite trasmesse in orario pomeridiano o comunque diurno), sono infatti molte le opnioni in merito… mentro stavo abbozzando il post, ho avuto il piacere di leggere il post pubblicato su un blog a me vicino “complessità.wordpress.com“, che affronta il problema nel migliore dei modi.

Vi invito quindi a leggere il post cliccando qui.

Aggiungo solo una notizia che ovviamente farà discutere… i sindacati della Fiom Cgil e della Fim – Cisl dello stabilimento Fiat di Termini Imerese hanno proclamato uno sciopero di due ore dalle 20 alle 22 di lunedì 14 giugnio…. quasi lo stesso orario della partita Italia – Paraguay….. 

Buona lettura

L’inutilità delle certificazioni

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Siamo nel 2010 possiamo dirlo ad alta voce senza scandalizzare più nessuno: le certificazioni (in senso generale) non servono a nulla. faccio un esempio recentissimo, mi trovo in aula per un corso di formazione, all’interno di un sistema che si definisce “certificato”, trovo 35 e non scherzo 35 persone, che solo li per un semplice motivo ottenere un punteggio che certifichi  appunto la loro professionalità/competenza acquisita; non hanno nessuna motivazione ad apprendere, non sono coinvolti, vivono con totale distacco la realtà organizzativa…. eppure il sistema di formazione è un sistema certificato.

Tale sistema, porta in aula ben 35 persone per affrontare argomenti di natura comportamentale che già con 10 persone si rischiano di trattare con difficoltà.

Il sistema certificato inoltre non tiene conto dell’informazione e del coinvolgimento delle persone prima di arrivare in aula, ad esempio aiutandole a capire meglio quali competenze / comportamenti saranno affrontate nel seminario. Tale sistema prevede però la stampa di bellissimi cartoncini sui quali si attesta la partecipazione al corso, fornendo dei bellissimi crediti formativi, il sistema infine consegna ad ogni partecipante una bellissima cartellina, con mille questionari da compilare (quelli di feedback in alcuni casi vengono compilati prima di iniziare il corso…….) ed una bellissima brochure con le side del corso….

La certificazione quindi serve solamente a certificare che il partecipante sia stato presente fisicamente in aula, non che abbia appreso o partecipato alla formazione….. ah dimenticavo il test finale, strumento “intelligente” per monitorare l’apprendimento…. è così banale che anche mia figlia di 3 anni sarebbe in grado di compilarlo….

Ottimo sistema quello della certificazione, ottimo sistema per pararsi il c…. sia da parte dei manager che da parte dei partecipanti, che da parte dei fornitori (e mi metto in mezzo anch’io anche se sono un fornitore etserno estraneo al processo …)

Se la certificazione è questa, non serve, anzi genera mostri! genera l’illusione diretta o indiretta delle persone che partecipano di aver appreso qualcosa di utile ma in realtà così non è!

Mi hanno chiesto di erogare un seminario sulle tecniche di presentazione, ti aspetti di trovare in aula persone che quotidianamente organizzano o potenzialmente potrebbero in futuro organizzare presentazioni o comunque avere occasione di parlare in pubblico…. ed invece di trovi di fronte 25 persone su 35 che non hanno mai occasioni di parlare in pubblico, neppure per telefono e sono sole in ufficio, altre 5 che occasionalmente parlano al telefono e 5 che occasionalmente parlano in publico….

Alla domanda perché avete scelto questo seminario, la risposta pressoché unanime è stata… “semplice, mi servono dei punti e questo è il corso più vicino alla mia sede…..”

Tutto questo è certificato…. pensate a quanto costa questo sistema e quanta (in)utiltà genera 

 

Newton al Sodalitas Social Award

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Domani mercoledì 9 giugno alle ore 14.45 presso l’Auditorium di Assolombarda saranno premiate le imprese che hanno sviluppato nel corso del 2009 le migliori azioni di responsabilità sociale. Newton Mananagement Innovation ha partecipato a questa edizione con il progetto “24 ore per l’Abruzzo” il Social Training Event organizzato per il Gruppo 24 ore in occasione degli eventi sismici che hanno colpito l’Abruzzo nel 2009. (per approfondimenti clicca qui)

E’ la terza edizione del Sodalitas Social Award alla quale Newton partecipa, la prima volta nel 2005 con il progetto “Social Value Index”, la seconda volta, nel 2008, con il progetto Social Training Event per la forza vendita di Vodafone Italia.

Mourinho, i manager e gli impiegati: stipendi inadeguati?

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Mou sarà il manager più pagato di Spagna, superando di circa 700 mila euro  Alfredo Saenz  il consigliere delegato del Banco Santander e di quasi 2 milioni di euro, Cesar Allerta, presidente di Telefonica.

Se pensiamo alle responsabilità dei due manager “aziendali”, rispetto ad un semplice allenatore di pallone, ovviamente rimarremmo senza parole, alcuni commenti letti in rete parlano addirittura di indecenza, stipendi troppi elevati nel calcio, ecc, ecc.

Personalmente non sono un amante del calcio, quindi lascio a loro la giusta interpretazione sulla dimensione ideale dello stipendio di un allenatore, ciò che mi stupisce è invece il fatto che raramente venga  analizzato un altro elemento spesso distorcente della realtà ovvero il gap di retribuzione che esiste soprattutto all’interno della pubblica amministrazione italiana. 

Spesso il rapporto tra un impiegato ed un dirigente è 1 a 3 o 1 a 4  ovvero un dirigente pubblico guadagna circa o almeno 3 volte in più di un impiegato, facendo,  nel caso della PA un lavoro del tutto simile a quello di un suo collaboratore.

Ovviamente qualcuno potrebbe obiettare che le responsabilità in gioco sono differenti, e che quindi sia giusto pagare molto di più un dirigente che un impiegato.

Il vero problema tuttavia non è solo il gap tra dirigente e impiegato è il fatto che probabilmente entrambe le figure hanno stipendi troppi bassi, un conto è guadagnare 3 volte in meno di un proprio dirigente partendo da una paga base interessante, un conto è guadagnare tre volte in meno partendo da una paga  che non supera i 1000€. mese.

In un’era in cui la parola d’ordine è tagliare gli stipendi pubblici, penso che sia giunto il momento di innalzare secondo criteri di performance management gli stipendi a chi è in grado di portare un contributo differente all’interno della pubblica amministrazione.

Il vero problema che in questi anni ha attanagliato il lavoro nella pubblica amministrazione è stato anche quello di aver visto la retribuzione come un elemento esterno rispetto al sistema di lavoro, se infatti nel settore privato si parla ormai da tempo di total reward, inserendo la componente retributiva all’interno di una visione globale del lavoratore all’interno dell’organizzazione, nella pubblica amministrazione siamo ancora lontani anni luce.

I motivi di questa miopia sono molteplici, le conseguenze tuttavia sono ora più che mai evidenti, da un lato abbiamo persone che continuano a lavorare in un contesto spesso demotivante e dotato di una bassissima possibilità di crescita professionalità, dall’altro, abbiamo stipendi che, nella maggior parte dei casi giustificano un basso livello di servizio erogato.

Oggi lavorare nella pubblica amministrazione non è più un’esperienza “da curriculum”, la vera sfida di qualunque amministratore pubblico dovrebbe essere anche quella di invertire questa tendenza, portando la professionalità della pubblica amministrazione ad essere un punto di riferimento per il settore privato (cosa che ormai è delegata solamente ad alcuni settori di nicchia), questo passaggio tuttavia si può innescare, cambiando le regole del gioco è inserendo dirigenti che siano in grado di essere manager anche di persone e non solo di risorse.

Turbolenza, sostenibilità manageriale e competitività …atto II

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Il 18 gennaio ho pubblicato un post in cui mettevo in relazione la turbolenza degli scenari, la competitività manageriale e il ruolo che dovrebbe avere un approccio manageriale sostenibile.

Citai come esempio il caso dell’ILVA  Gruppo Riva Fire, in cui si accennava al caso del cambio tuta non retribuito (per approfondimenti clicca qui).La riflessione che feci allora riguardava la miopia delle conseguenze di un  simile gesto, sostenendo che in un mercato poco turbolento si può pensare di gestire le possibili conseguenze di tale azioni, mentre in mercati molto turbolenti no.

Oggi, a distanza di circa 6 mesi, leggo su La Stampa di Torino (sabato 29 maggio 2010): “ Altro ex dipendente ILVA fa causa sul cambio tuta: chiedo 50 mila euro”, pare infatti che altri colleghi di Genova e di Taranto abbiamo avviato azioni legali vincendo le cause contro l’azienda in merito proprio al cambio tuta.

Al momento il fenomeno è contenuto, immaginate tuttavia lo stesso fenomeno sviluppato in un contesto più turbolento e con livelli di competitività differenti, avrebbe segnato il possibile inizio della fine, immaginiamo inoltre uno scenario diverso da quello italiano, ad esempio quello statunitense, le conseguenze sarebbe state sicuramente differenti.

Fino a quando le imprese abusano di sacche di “competitività residua”, ovvero operano in regimi in cui ci sono ambi spazi di correzione degli “errori” non è pensabile avviare un approccio orientato alla sostenibilità manageriale.

La tua Toyota è la mia Toyota

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Dopo ERG e Fastweb, anche Toyota utilizza una forma di pubblicità che pone al centro la responsabilità individuale (e collettiva) delle persone che lavorano all’interno dell’organizzazione. Questo tipo di pubblicità, può essere considerato una forma di CSR, che pone al centro da un lato l’importanza affidata alle singole persone che realizzano la vettura, dall’altro la centralità del cliente. Sempre più spesso in momenti di difficoltà o cambiamento, torna il motto “noi ci mettiamo la faccia”, lo aveva già fatto ERG con la campagna territoriale direttamente presso i distributori esponendo in primis il gestore, lo ha fatto Fastweb immediatamente dopo il caso Scaglia, proponendo una decina uscite consecutive su tutti i quotidiani nazionali, ed ora lo sta facendo Toyota.

La domanda vera è: quanto è efficace una campagna di questo tipo?  Lascio la risposta sull’efficacia della campagna pubblicitario lato cliente esterno agli esperti di marketing e comunicazioni, prendo in considerazione l’efficacia all’interno dell’organizzazione. Può essere molto efficacia solo se all’interno dell’organizzazione esiste una coerenza manageriale, ovvero se anche prima della campagna la percezione delle persone era effettivamente quella di essere al centro dell’organizzazione stessa.

Se l’organizzazione ha sviluppato un ambiente e una cultura aziendale  all’interno del quale per persone sono dotate della giusta autonomia e del giusto allineamento verso una visione condivisa, allora questa è sicuramente la strada corretta; al contrario se si stratta solamente di un meccanismo di comunicazione e di promozione, può generare effetti controproducenti già nel breve periodo.

Abusare dell’immagine delle persone all’interno di un’azienda può essere pericoloso solamente se le persone non si sentono coinvolte ed hanno un senso di appartenenza molto basso, negli altri casi può risultare efficace. Ancora una volta la parola d’ordine è coerenza.