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Responsabilità, ruolo, inquadramento e licenziamento

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Licenziamento

Il titolo di questo post nasce dall’osservazione di una situazione reale che mi ha fatto pensare ai limiti di questi quattro termini soprattutto se presi in considerazione contemporaneamente.

Oltre ai limiti dei termini, la riflessione si sposta come di consuetudine sui limiti delle azioni manageriali, molte volte inconsistenti o inadeguate rispetto ai contesti.

Esiste un legame tra responsabilità, ruolo aziendale e spesso inquadramento contrattuale. Normalmente un inquadramento contrattuale dirigenziale, prevede ruoli di responsabilità all’interno dei quali le responsabilità sono evidenti e si devono ben distinguere da chi in azienda non ne ha o ne ha meno. Questa distinzione spesso coincide con una differenziazione retributiva anche molto evidente. Leggi il seguito di questo post »

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La fine dei generi?

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In questo interessante articolo di Johanna Blakley, ricercatrice dell’University South California, emerge chiaramente come  Internet ed in particolare i social media hanno operato una  rivoluzione  nel modo di classificare le persone; tramontano le tipiche categorie demografiche (età, sesso, paese e professione)  ed emerge un nuovo modo di pensare attraverso il quale le persone si dividono rispetto a ciò che fanno e non a cio che sono, ciò che più importa sono le loro idee.

Questa rivoluzionaria tendenza che interesserà sicuramente gli esperti di marketing, può trovare applicazione anche all’interno delle organizzazioni aziendali. La vera sfida, in uno scenario sempre più turbolento è realmente quella di poter coinvolgere le persone all’interno delle organizzazioni indipendentemente dal loro ruolo o dalla loro esperienza passata, individuando contesti continuamente emergenti all’interno dei quali ognuno deve essere messo in grado di poter contribuire nel migliore dei modi al successo personale e cdell’organizzazione alla quale appartiene. Il modo di classificare le persone all’interno delle organizzazione può quindi essere modificato? Anche per il management possiamo parlare di fine dei “generi”? Forse è troppo presto per rispondere a questa domanda, tuttavia si avvia un’interessante riflessione per il futuro.

Non è compito mio!!!

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gramellini foto

Il post di oggi mi viene suggerito dal fondo di  Massimo Gramellini apparso su La Stampa. Nelle poche ma sempre pungenti e attente frasi di Gramellini, emergono tutti gli elementi per affermare ancora una volta la necessità di sviluppare un management sostenibile guidato da coraggio ma soprattutto da responsabilità, o meglio voglia di assumersi responsabilità. Non mi riferisco ovviamente al sistema bancario (caso citato nell’artciolo) in particolare, ma più in generale occorre ripensare e reinterpretare il ruolo che ognuno di noi assume all’interno delle organizzazioni, soprattutto aziendali.

Ecco qui l’articolo di Massimo Gramellini:

“L’altro ieri, a Settimo Torinese, il signor Giovanni ha gambizzato la signora Silvana, che gli aveva negato un prestito. Ieri diversi lettori hanno telefonato a La Stampa per dire: ha fatto bene. E a me è venuto un brivido. Ho scritto Giovanni e Silvana, invece che un «panettiere indebitato» e «una direttrice di filiale» perché ho l’impressione che si uscirà da questa crisi solo se smetteremo di trattare gli altri come dei simboli e ricominceremo a considerarli delle persone. Il piccolo imprenditore strozzato dalla mancanza di ordini non vede nel bancario la rotellina impotente di un meccanismo anonimo, ma il capro espiatorio perfetto. E il bancario, stritolato dalla gabbia dei regolamenti interni, non dialoga più con Francesco o Maria, con le loro storie e le loro capacità,ma con i clienti X e Y a rischio d’insolvenza. Ho saputo di un artigiano che si è visto rifiutare il pagamento di una bolletta di 8 euro perché il computer negava alla banca il permesso di pagare. È questa rigidità arida che ci sta finendo. La solidarietà è diventata un dentifricio per sbiancarsi la coscienza, invece significa mettersi nei panni degli altri e smetterla di considerarli pedine intercambiabili, singole voci di una lista memorizzata in qualche archivio. Non siamo tutti uguali, al di qua dello sportello come al di là. Ci sono lo scansafatiche e il manigoldo: non meritano aiuto. E ci sono l’artigiano volenteroso e l’imprenditore che si indebita per non licenziare: questi vanno foraggiati strizzando anche un occhio, alla faccia dei regolamenti e delle griglie dei computer. Perché alla fine, porca miseria, siamo ancora esseri umani.” (fonte La Stampa 16 luglio 2009)