Massimo Barra e Daniele Borioli presentano “L’era della Contaminazione”

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Massimo Barra, Presidente della commissione permanente della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa e Daniele Borioli, Assessore ai Trasporti e Infrastrutture della Regione Piemonte dialogheranno con gli autori sabato 6 marzo alle ore 16.30 presso il Centro Comunale di Cultura di Valenza (AL). Trattandosi di “contaminazione” abbiamo pensato di far interagire tra loro più mondi quello del non profit, e quello della pubblica amministrazione portando esperienze di alto livello e di sicuro interesse. Non mancherà come coordinatrice l’eccezionale Antonella Mariotti giuornalista de La Stampa.

Vi aspettiamo  sabato 06 marzo alle ore 16.30 presso il Centro Comunale di Cultura in piazza XXXI Martiri a Valenza (AL).

Il volontariato sottovalutato: il flop delle ronde!

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Il clamore degli scorsi mesi sulle ronde di volontari per vigilare sulla sicurezza delle nostre città è finito con un flop (pochissime domande di iscrizione presso le Prefetture italiane).  Strano? Non direi. Il meccanismo pensato per far funzionare il progetto “Ronde”, appartiene a chi pensa in maniera lineare ovvero, dato un problema trovo la soluzione, di chi ragione nella logica causa-effetto, tuttavia l’artefice o gli artifici di tali pensieri non hanno tenuto conto, probabilmente a causa di una scarsa conoscenza, delle dinamiche che caratterizzano  il mondo del volontariato.

Fare azioni di volontariato è tutt’altro che banale e difficilmente si riesce ad improvvisare. Sono molti i motivi che spingono una persona ad iscriversi ad un’associazione di volontariato, il vero problema tuttavia è quello di far in modo che la persona una volta entrata continui a permanere all’interno condividendo una visione comune e una capacità propositiva continua. Il progetto “Ronde” nasce da un impulso, a volte anche da una necessità, da un bisogno di sicurezza amplificato molte volte dalla percezione di insicurezza che si ha camminando in molte città.

Tale bisogno tuttavia  non può essere soddisfatto abusando o coinvolgendo chi per indole e per abitudine considera il volontariato anche come un momento di piacere e di spensieratezza, un momento in cui poter svolgere azioni ad alto valore aggiunto generando valore sociale ma contemporaneamente  un momento in cui poter mettere a disposizione non solo il tempo ma anche le proprie esperienze e capacità.

Questi ultimi requisititi in parte vengono a mancare nell’attività di sorveglianza/sicurezza delle città.

Certo questo è solo uno dei motivi che probabilmente ha indotto il fallimento del progetto “Ronde”, ce ne sarebbero altri cento almeno da poter individuare, ciò che è tuttavia evidente è la sottovalutazione di un sistema, quello del volontariato, che risulta essere molto più complesso di quello che si possa pensare.

Viaggio nella CSR Italiana – 2° puntata. Il caso Indesit Company “Io lavoro in sicurezza”

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Continua il viaggio tra le iniziative riconosciute di corporate social responsibility delle imprese italiane. Il progetto che prenderemo in considerazione riguarda la “valorizzazione del capitale umano”, in particolare una delle azioni che Indesit Company ha messo in atto durante il 2009. Il progetto “io lavoro in sicurezza” come potrete approfondire di seguito mira ad incrementare la sensibilità dei lavoratori rispetto alla sicurezza sul posto di lavoro, tanto da aver ottenuto l’avallo dell’INAIL Marche.

Leggendo quando pubblicato sul Libro d’oro della responsabilità sociale edizione 2009 rispetto al progetto “io lavoro in sicurezza” possiamo considerare questo come espressione di una CSR assolutamente primitiva ed ancora sganciata da logiche di competitività. Non è sicuramente molto innovativo preoccuparsi della sicurezza dei propri operai, non dovrebbe essere nemmeno momento di vanto, dovrebbero essere un bisogno implicito non solo da soddisfare ma da presidiare e soddisfare continuamente. Anche questa è CSR? Probabilmente si, tuttavia forse siamo più vicini alla soddisfazione di bisogni primari irrinunciabili che ad azioni di politica di responsabilità sociale. 

Il Caso “Io lavoro in sicurezza” (tratto dal Libro d’oro della responsabilità sociale 2009 Ed. Sodalitas)

Problema

Nel secondo rapporto su ”Tutela e condizione delle vittime del lavoro tra

leggi inapplicate e diritti negati” presentato dall’ANMIL – Associazione

Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro (2008) emerge che quello delle

“morti bianche” è per l’Italia un problema tutt’altro che trascurabile: si

tratta piuttosto di una vera e propria emergenza sociale, per cui è urgente

trovare soluzioni efficaci.

Soluzione

Il progetto “Io lavoro in sicurezza” è stato pensato e costruito a partire da un

coinvolgimento diretto dei lavoratori del Gruppo nelle Marche, cui è stato

chiesto di compilare un questionario sull’analisi dei rischio sul lavoro e di

individuare uno slogan per la diffusione della campagna: le frasi raccolte

sono state poi riprodotte sulle divise e sui poster in uso presso i rispettivi

stabilimenti, per sensibilizzare i lavoratori sui rischi specifici connessi a

ciascuna mansione.

Il progetto “Io lavoro in sicurezza!” si è poi concretizzato in differenti

iniziative ed attività, tra cui:

– l’organizzazione di un corso di informazione e formazione sulla

sicurezza cui tutti i dipendenti, al momento dell’assunzione, sono

obbligatoriamente chiamati a partecipare;

– l’elaborazione – per ogni impianto, stabilimento e sede Indesit – di

un piano per la gestione delle emergenze (salute e sicurezza);

– la predisposizione di un sistema di gestione della sicurezza via web

che raccolga, per ogni dipendente, i dati relativi a visite mediche

periodiche, dispositivi di protezione e mappatura dei rischi

individuali (per tipologia di lavoro e per posizione), formazione e

informazione sugli aspetti legati alla salute e sicurezza. Questo

strumento, attivato in Italia nel corso del 2008, consente di

costruire, in maniera omogenea e ordinata, uno storico per ogni

dipendente, a partire dal quale elaborare più consapevolmente i

piani di miglioramento e di azione successivi;

– la modifica del ciclo di verniciatura da alto solvente a polvere, per

migliorare la sicurezza fisica dei lavoratori e per garantire un

maggiore rispetto per l’ambiente.

Tutte queste azioni sono state elaborate in conformità alle leggi vigenti in

ogni Paese e alle linee guida ILO su salute e sicurezza sul lavoro.

Risultati

Il progetto “Io lavoro in sicurezza”, che Indesit Company intende riproporre

annualmente con le medesime caratteristiche, ha ottenuto l’avallo

dell’INAIL Marche, che ha inserito questa collaborazione sperimentale in

un protocollo generale stipulato con la Regione.

Il progetto ha inoltre migliorato il livello di consapevolezza dei dipendenti

circa l’importanza della prevenzione degli infortuni sul lavoro.

Frutta o caramelle?

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Ilse Aigner ministro tedesco delle politiche Agricole e Alimentari e della tutela del Consumatore ha proposto di sostituire caramelle e cioccolatini solitamente posizionate presso le casse degli iper e supermercati con appetitose porzioni di frutta. La proposta si inserisce nell’ottica di educare soprattutto i giovani ad un consumo maggiormente responsabile di frutta e di verdura contribuendo ad una maggiore educazione alimentare. Questa proposta consente di affrontare un’altra riflessione, legata al layout di un punto vendita,  dove in questo caso si premierebbe una scelta  più responsabile che non solo commerciale. Quanti sarebbero i genitori disposti a servirsi in un supermercato in cui fosse presenta una simile disposizione? Anche la scelta del layout può essere espressione di responsabilità sociale, con un limite, quello di non discriminare o demonizzare determinati prodotti che è normale che continuino ad essere esposti.  Adottare un layout simile potrebbe rappresentare un’opportunità per portare la CSR all’esterno delle aziende, diventando un gesto facilmente comprensibile e utile ad un vasto numero di famiglie, forse a discapito solo marginale e solo nel breve periodo del margine d’impresa.

Viaggio nella CSR italiana – 1° puntata. Il caso Fonti di Vinadio – Sant’Anna Bio Bottle

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Inizia come preannunciato qualche settimana un viaggio tra le iniziative riconosciute di corporate social responsibility delle imprese italiane. Ho scelto di presentare alcune iniziative tra quelle pubblicate nel Libro d’oro della responsabilità sociale realizzato puntualmente dalla fondazione Sodalitas.  

Ogni anno infatti attraverso  il Sodalitas Social Award, aziende ed enti pubblici e non profit hanno l’opportunità di segnalare le iniziative di CSR svolte durante l’anno precedente.  Io mi limiterò a commentare e presentare solamente le iniziative dell’edizione 2009 non considerando volutamente le precedenti 6 edizioni.

Il motivo di questo viaggio è quello di iniziare un confronto tra le diverse interpretazione che si hanno di csr, dove tutto realmente può essere ricondotto a responsabilità sociale, anche iniziative che fino a qualche hanno fa rientravano nella normale conduzione della vita manageriale d’impresa.

Questa estensione, e a volte inflazione, ha portato ovviamente dei benefici, soprattutto nella misura in cui molte più persone/aziende parlano ormai comunemente di CRS, ma ha portato anche delle deficienze rappresentate dalla banalizzazione del concetto di responsabilità sociale.

Faccio un esempio estremo, se dichiaro di pagare regolarmente gli stipendi ai miei dipendenti sto compiendo un’azione di CSR? A mio avviso no, tuttavia alcune delle iniziative proposte e giustamente raccolte dal Sodalitas social award non si discostano molto dal mio esempio.

Forse in questa fase primitiva di sviluppo del concetto di csr è giusto non porre vincoli a quello che può essere socialmente responsabile certo è che per il futuro si renderà forse necessario alzare maggiormente l’asticella dell’impegno verso la Responsabilità (con la R maiuscola) sociale d’impresa.

Il caso Sant’Anna Bio Bottle (tratto dal Libro d’oro della responsabilità sociale 2009 Ed. Sodalitas)

Problema

La rivoluzione ecosostenibile deve cominciare dalle piccole scelte

quotidiane, che riguardano prima di tutto i prodotti di largo consumo.

È importante dunque che l’offerta a disposizione dei consumatori sia il più

possibile attenta e vicina alle esigenze ambientali del pianeta, e si strutturi

alla luce di queste.

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Tutelare l’intelligenza 3!

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Ecco infine il terzo spot della campagna di sensibilizzazione sociale sulla tutela dell’intelligenza umana.

Tutelare l’intelligenza 2!

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Ecco il secondo spot della campagna di sensibilizzazione sociale a tutela dell’intelligenza creato da Ombre Elettriche.

Tutelare l’intelligenza!!!

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E questo lo scopo della nuova campagna di sensibilizzazione sociale prodotta dallo studio di comunicazione Ombre Elettriche di Firenze. In tre riuscitissimi spot portano in luce un tema troppe volte sottovalutato  quale l’attivazione del pensiero intelligente.

Ho il piacere di ospitare su questo blog il primo di tre spot che parlano dell’intelligenza umana intesa come prodotto da usare (non con cautela) e da promuovere.

Nei prossimi giorni ospiterò anche gli altri due spot.

Controtendenza: aziende famigliari aziende del futuro?

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Se fino a qualche anno fa era opinione diffusa che il modello di gestione famigliare delle aziende  fosse indicatore di poca lungimiranza manageriale segnato da un marcata impronta gerarchica, sono sempre più i segnali che segnalano una reale e forse inaspettata controtendenza.

La gestione famigliare porta con se dei limiti dati spesso dalla sovrapposizione o dall’interferenza  tra la proprietà e il management dell’azienda, contraddistinto da una visione famiglia-centrica, molto centrata sul un grande allineamento ma una scarsa autonomia operativa.

Negli ultimi mesi ho avuto tuttavia segnali diversi, anche forti rispetto alla gestione famigliare d’azienda, ci sono in realtà tre casi tra loro singolari con le pur dovute differenze. Partiamo dall’azienda più grande che prenderò in considerazione, si tratta di Ferrero, mi rendo conto che definire famigliare la gestione di Ferrero sia per lo meno limitativa vista la leadership indiscussa che esercita nel mercato mondiale del cioccolato, tuttavia leggendo e approfondendo la vicenda della possibile acquisizione di Cadbury emerge chiaramente dalla voce dei dipendenti (e non parlo ovviamente solo di manager) o più in generali degli cittadini di Alba (sede di Ferrero) una indiscutibile impronta della famiglia Ferrero nel vivere ed interpretare il lavoro all’interno dell’azienda. Molti degli dipendenti intervistati per ottenere opinioni circa la decisione di acquisire Cadbury hanno risposto in maniera univoca, qualunque sia la decisione presa dalla famiglia sarà la giusta decisione, che letto in un altro modo può stare a significare due cose: a) meglio non esporsi e non dare opinioni, oppure b) siano sicuri che la famiglia Ferrero come ha sempre fatto, prendererà la migliore decisione per riuscire a far il meglio per se e per i dipendenti, saprà quindi agire, usando altri termini, con la logica del buon padre di famiglia. Questa seconda interpretazione è forse la migliore risposta che un manager vorrebbe ricevere di fronte a scelte talvolta difficili e imprevedibili, frutto di un lavoro di confronto, di ascolto ma anche fatto di esempi e stimoli che ha permesso di costruire un modello di management si famigliare ma anche forse quanto più sostenibile di ciò che si possa pensare.

Altro esempio è dato da un’azienda più piccola di Ferrero, la Mantero di Como, che produce cravatte in seta. Ha fatto notizia nelle scorse settimana la notizia che Moritz Mantero proprietario al 90% dell’azienda di famiglia ha messo mano al portafoglio impegnando 5 milioni di euro del suo patrimonio personale al fine di rilanciare l’attività alla quale ha dedicato una vita. Iniziativa assolutamente lodevole che denota valori che in molti settori o ambiti sono del tutto scomparsi (forse non son mai esistiti….), tuttavia l’elemento che  maggiormente mi ha colpito è un altro;  è stato il modo in cui Mantero descrive il modo  di lavorare all’interno della sua azienda: “questa è un’azienda vecchia maniera, qua si fanno ancora le feste quando un dipendente compie quindici anni di anzianità. Mi creda: un imprenditore non pensa che il profitto sia tutto” (intervista apparsa sul La Stampa mercoledì 13 gennaio 2010). In queste poche righe traspare il senso forse anche gerarchico e autoritario ma del tutto coerente con la passione e con l’impegno che il manager e proprietario Mantero ha messo all’interno della organizzazione, impegnandosi anche a trasferire ai propri dipendenti   un senso di appartenenza e di “benessere” manageriale, che non è cosa comune trovare in altre realtà.

Ultimo esempio è dato da Franco Oberti, anni 77, manager e proprietario di Astra refrigeranti, azienda specializzata in sistemi di raffreddamento all’avanguardia. Astra è una realtà che fattura circa 21 milioni di euro, certo briciole rispetto a Ferrero, tuttavia lo spirito che contraddistingue Oberti rientra nella sfera della managerialità sostenibile. Di fronte a momenti di crisi come quelli del 2009, Oberti a 76 ha deciso di investire ancora della propria attività costruendo ed aprendo un nuovo stabilimento fornendo nuovi posti di lavoro e puntando sull’attenzione alla ricerca e allo sviluppo. Anche in questo caso quali messaggi potranno arrivare ai dipendenti di questa azienda di fronte ad una decisione certo non semplice di raddoppiare la propria attività in assoluta controtendenza rispetto a oltre altre realtà economiche.

Se non si tratta di un azzardo, cosa che escludo vista la storia di Astra refrigeranti, azienda presente sul mercato dal 1959, i messaggi che potranno arrivare ai dipendenti di Oberti, saranno molteplici primo tra tutto la passione combinata con la competenza e la visione strategica di un disegno di sviluppo. Per crescere un’azienda simile ha la necessità, più di altre, di poter disporre di persone che condividono e sappiano interpretare le decisioni del management nell’ottica di sviluppo.  Anche in questo caso siamo della condizione in cui una giusta decisione del management può portare ad una benessere maggiore dell’azionista ma anche di chi lavora all’interno dell’organizzazione. Oberti ha dalla sua un’altra esperienza significativa che pesa sulle spalle di Astra, nel 1994 durante l’alluvione che colpì tutto il Piemonte, subì notevoli danni, tanto che la decisione di chiudere e non riaprire più poteva realmente essere presa in considerazione, tuttavia grazie alla partecipazione di tutti i collaboratori di Astra, nel giro di tre mesi furono in grado di ripartire ancora più determinati di prima. La condivisione di un successo o di una crisi non può che essere sempre vissuta coinvolgendo chi ha i meriti o le responsabilità del successo o della crisi stessa.

La vera rivoluzione o meglio evoluzione dei modelli manageriali evoluti vede una convergenza tra la visione famigliare dell’organizzazione (intesa come negli esempi raccontati), tra la responsabilità sociale e il la redditività.

Non so se sia un ritorno alle origini, sono tuttavia convinto che in moltissimi imprenditori italiani sia latente un approccio manageriale sostenibile più di quando non lo sia in grandi realtà, la vera sfida sarà quella di riuscire a tradurre in un metodo strutturato i principi necessari per governare i prossimi certi cambiamenti a cui saranno sottoposte le nostre aziende.

Turbolenza, sostenibilità manageriale e competitività tre fattori che non sempre seguono direzioni unitarie

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Nei mercati turbolenti, più intangibili, dove la qualità del servizio, l’innovazione tecnologica, il rispetto del contesto sociali economico ed ambientale, la concorrenza schiacciante, l’assenza di barriere all’entrata,  il lavoratore della conoscenza  fanno la differenza, esiste una reale tendenza a sperimentare azioni di management sostenibile al fine di incrementare il livello di competitività.

In mercati in cui esistono al contrario forti barriere all’ingresso, dove la componente intangibile (conoscenza e altro) è molto bassa , ed il contributo delle persone apparentemente di basso valore, la tendenza è al contrario quella di celare attraverso una dichiarazione di sviluppo sostenibile un approccio manageriale più vicino a quella tayloristica stretto che ad una visione sostenibile e orientata alle persone.

Ecco quindi che in alcuni mercati (poco turbolenti) investire nella sostenibilità manageriale apparentemente potrebbe non aver alcun impatto sulla competitività, mentre in altri mercati quelli appunto più turbolenti, l’unica possibilità per rimanere competitività è quella di approcciarsi in maniera realmente sostenibile sotto tutti i punti di vista anche quello manageriale.

Ne è un esempio una recente “polemica” che ha coinvolto i lavoratori dell’ILVA gruppo Riva Fire di Novi Ligure in provincia di Alessandria.

I sindacati hanno infatti deciso di alzare le barricate contro il management per il mancato riconoscimento del tempo necessario per il “cambio tuta”, ovvero quel tempo (in media 25 minuti) che il lavoratore impiega per cambiarsi e mettersi gli abiti idonei al lavoro, condizione invece accordata per gli stabilimenti di Genova e Taranto. Il cambio tuta porterebbe nelle tasche dei lavoratori ben 1 euro e 50 centesimi al giorno.

Bene, avete letto bene, un gruppo “leader in Italia, terzo in Europa e sedicesimo nel mondo” (come scritto sul sito internet http://www.rivagroup.com) come il gruppo Riva Fire, rischia una mini rivolta sindacale per il mancato accordo per una cifra ridicola (ma importante per il lavoratore).

Come di consuetudine non vogliamo entrare nelle dinamiche aziendali che hanno portato a questa decisione, ma vogliamo solamente far emergere un’evidente incoerenza.

Sul sito internet del Gruppo Riva sotto la voce sviluppo sostenibile si può leggere: “Il Gruppo Riva, nel perseguimento della gestione delle attività aziendali sulla base dei valori di efficienza, correttezza e lealtà in ogni processo del lavoro quotidiano, nonchè al fine di assicurare la massima trasparenza nella conduzione degli affari delle attività aziendali, ha adottato un modello di organizzazione, gestione e controllo ai sensi del D.Lgs 8 giugno 2001, n. 231 “  quindi ancora una volta assistiamo a dichiarazione che si scontrano con la realtà dei fatti.

E’ ora di iniziare a pensare in maniera nuova, non è sufficiente applicare il modello 231 per dichiararsi sostenibili, occorre perseguire con coerenza e rispetto un percorso reale di sostenibilità anche manageriale.

Il legame tra la turbolenza, la sostenibilità e la competitività nell’esempio del Gruppo Riva lo si evidenza nel momento in cui può permettersi di affrontare una lite sindacale a fronte di richieste tra l’altro coerenti e già applicate altrove. Se il Gruppo di trovasse a competere in uno scenario di mercato differente, probabilmente le scelte rispetto ad una situazione analoga sarebbero state ovviamente differenti.