work life balance

La capacità di accontentarsi: vizio o virtu?

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Ci sono persone che non si accontentano mai. Ci sono capi che non si accontentano mai, ci sono organizzazioni che determinano contesti in cui non ci si può mai accontentare.

Tutto ciò è corretto? O meglio è giusto affermare che sia sbagliato accontentarsi? Il ragionamento che vorrei condividere non vuole riferirsi ad un contesto assoluto in cui l’accontentarsi o il non accontentarsi determino specifiche caratteristiche individuali della persona, mi vorrei rivolgere a situazioni in cui le aziende scelgono di sviluppare situazioni e contesti in cui sia sbagliato accontentarsi.

Il capo che gestisce il collaboratore ha realmente il dovere di continuare a generare il senso del non accontentarsi sempre e comunque indipendentemente dalle caratteristiche della persona piuttosto che della situazione generale in cui orbita l’azienda?

Considerando tutte le volte che mi sono trovato a confrontarmi su questi temi con manager di diversa seniority, mi viene da pensare che forse, allontanarsi da situazione in cui le persone si accontentano, sia spesso la strada più semplice probabilmente perché si teme di non saper gestire la situazione opposta.

Gestire persone che si accontentano è forse più complesso, ma è anche certo che organizzazioni che creano contesti in cui le persone arrivano a trovare un proprio equilibrio, a volte accontentandosi a volte non accontentandosi hanno saputo crescere manager in grado di non governare con uno standard le proprie persone, seguendo quindi il percorso più difficile ma allo stesso tempo più efficace.

Lavorare in un’organizzazione in cui si respira,  anche solo indirettamente, una sensazione di perenne stato di disequilibrio è pericoloso, può infatti nel lungo periodo generare uno stato di completo distacco dalla realtà, generando indifferenza o insoddisfazione. Il saper accettare le situazioni, valutando gli aspetti positivi e contemporaneamente gli aspetti negativi diventa quindi un requisito centrale per riuscire a crescere persone in grado di apprezzare ciò che hanno avuto in funzione degli sforzi che hanno compiuto.

In un mondo che sviluppa tutto alla massima velocità è forse più probabile trovare contesti in cui regna constante la perenne insoddisfazione, per questa ragione probabilmente deve rientrare tra le caratteristiche del manager la capacità, a fronte di una perenne insoddisfazione, di creare le condizioni affinché le persone   siano in grado di prendere atto di ciò che di buono hanno fatto in funzione dei loro contributi e contemporaneamente possano prendere consapevolezza di un’oggettiva ed eventuale area di miglioramento che dovrà essere continuamente affrontata.

Scegliere strade fuori standard è spesso la strada più difficile, ma se l’obiettivo è quello di costruire organizzazioni realmente sostenibili forse è l’unica percorribile.

Si può ancora scegliere quale lavoro fare?

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La risposta a questa domanda sembrerebbe scontata, anche considerando l’alto tasso di disoccupazione presente in Italia, tuttavia una recente ricerca dell’agenzia per il lavoro Page Personal, dimostra che un candidato su dieci rifiuta il posto di lavoro.

Si tratta in prevalenza di neo diplomati o di neo laureati, che pur essendo selezionati e quindi avendo la possibilità di entrare nel mondo del lavoro, rifiutano l’incarico.

Le principali causa sono la lontananza dal posto di lavoro, la mancanza di prospettive di sviluppo certe, la dimensione dell’azienda, il mercato o il settore di riferimento ritenuto poco attraente e stimolante.

Come considerare questo dato?  Si tratta di un chiaro spaccato della nostra realtà contemporanea, da un lato indica una visione chiara di alcuni giovani rispetto al loro futuro, dall’altro l’incapacità di molte realtà aziendali di adeguarsi ai tempi, offrendo elementi di attrattività convincenti

Tra le scelte di un posto di lavoro probabilmente non rientra più solo la sicurezza del lavoro, elemento che per molti anni ha dettato le scelte nel mercato del lavoro, ma rientra un ragionamento sicuramente più complesso e articolato.

La persona giovane e  di talento, ammesso di non avere troppi vincoli economici (quindi una famiglia alle spalle in grado di sostenere le scelte del figlio), sempre più spesso prende in considerazione aspetti legati alle proprie prospettive professionali ed economiche, ma contemporaneamente aspetti legati ad una condizione di vita sostenibile. Le imprese che oltre alla carriera sanno offrire questo tipo di opportunità, incrementano notevolmente le possibilità di attirare talenti, ma anche persone con una maggiore seniority.

L’elemento centrale di questa riflessione, non deve limitarsi ad esprimere un giudizio sul giovane che si affaccia al mondo del lavoro, ma al cambiamento di approccio che le aziende devono iniziare ad implementare, non solo per una questione di benessere delle persone che vi lavorano o vi lavoreranno ma per una questione di competitività. L’inflazionato e a volte abusato termine work-life balance sembra diventare una realtà, o meglio uno degli indicatori che potrebbe essere preso in considerazione dalle nuove generazione da un lato e dagli attuali lavoratori di media età dall’altro.

E’ indiscutibile il fatto che nei prossimi 15 anni le aziende si troveranno a dover gestire contemporaneamente persone mediamente più anziane e contemporaneamente nuove “leve” con esigenze dinamiche e non standardizzabili, il cui elemento comune probabilmente sarà rappresentato dal poter svolgere un lavoro sostenibile nel senso più ampio del termine.

Bimbi in ufficio con mamma e papà: perchè?

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E’ giunta alla 17° edizione l’iniziativa del Corriere della Sera, “Bimbi in ufficio con mamma e papa” patrocinata per il secondo anno dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, iniziativa nata con l’intento di avvicinare e far conoscere ai bambini dove e come trascorrono molto del proprio tempo i genitori.

Se diciassette anni fa l’iniziativa poteva considerarsi in sé rivoluzionaria o comunque innovativa, possiamo tranquillamente affermare che oggi rappresenta solamente uno sforzo nel camuffare un vero disagio vissuto in molte delle realtà aziendali che aderiscono, ovvero è sempre più vero che il tempo che i genitori, soprattutto le mamme, possono dedicare ai propri figli è sempre inferiore rispetto alle aspettative.

In questi diciassette anni è cambiato lo scenario di riferimento, ho già parlato degli effetti della turbolenza competitiva che interessa molti settori merceologi / commerciali, tale turbolenza ha sempre più spesso un effetto devastante tra l’equilibrio che si dovrebbe trovare tra il lavoro e la casa/famiglia.

L’iniziativa, leggo in un redazionale del Corriere, continua a riscuotere un gran successo, bisognerebbe capire per quali persone rappresenta un successo: per i direttori HR? per i responsabili della CSR?

Conosco personalmente molte persone che lavorano a diversi livelli in molte aziende che hanno aderito ed il loro ritmo di vita può essere così sintetizzato: uscita di casa alle ore 07.00, rientro ore 20.00 cena veloce, saluto “fotografico” ai figli, e poi di nuovo al lavoro per un ultima importantissima mail da inviare a qualcuno che probabilmente non leggera mai.

Si tratta di un caso estremo? può essere, ma chi frequenta soprattutto grandi realtà, si renderà conto che quanto ho scritto non è affatto straordinario, spesso è vissuto passivamente pensando che questa sia la normalità.

Se vogliamo parlare di un nuovo rapporto tra lavoro e famiglia, affidando l’importanza adeguata al tempo che un genitore dovrebbe trascorrere con i propri figli allora bisognerebbe ripensare ai meccanismi interni alle organizzazioni che generano la cultura aziendale, troppo spesso sbilanciata solo verso il business e troppo poco verso le persone, una cultura che premia solamente la visione di breve periodo, ma non certo una visione sostenibile.

Ben vengano queste iniziative, tuttavia devono avere il coraggio di portare alla luce una criticità, non essere un manifesto di cui vantarsi soprattutto con chi vede le aziende dall’esterno.